martedì 30 marzo 2010

venerdì e sabato santo: i giorni del silenzio a san gregorio matese

siamo a 750 metri di quota e già si sentono i profumi di pietanze culinarie. donne operose conservano uova fresche da diversi giorni ormai per dare libero sfogo alla creazione di piatti tradizionali da servire il giorno di pasqua. è la settimana santa e ci troviamo a san gregorio matese.

sin dall'antichità la popolazione "
sarrocca" (aggettivo spesso usato aimè in modo dispregiativo) si differenzia per le prelibatezze gastronomiche servite non solo durante il periodo di pasqua, ma anche a natale, a carnevale, il giorno di san giuseppe, o durante le manifestazioni estive. piatti contraddistinti dal sapore unico dei prodotti genuini del matese fanno il loro ingresso su tavolate adorne di ogni "bbene di dio" per recuperare dopo un breve periodo di digiuno o astinenza.

sono in primo luogo i
caniscioni (in dialetto "cammisciuni") una delle pietanze predilette dai cittadini di san gregorio matese; dei fagotti fatti con pasta di pane che solitamente vengono preparati in due varianti: con le verdure (erbette o "bietole", olive nere, aglio, olio e alici) o con la carne (oltre a riso, uova e formaggio). come dolce viene invece preparata la pastiera, una sorta di enorme crostata guarnita con grano o riso, ricotta e candìti. come vuole la tradizione non è consentito mangiare i dolci e i caniscioni di carne durante la settimana santa; è invece possibile mangiare i caniscioni a base di verdura. la settimana santa corrisponde infatti al periodo di riflessione e preghiera, in cui si celebra la morte di gesù e il calvario della crocifissione.

la popolazione di san gregorio matese rappresenta una comunità di fedeli praticante, che non si sottrae all’osservanza delle tradizioni religiose. durante il periodo quaresimale infatti, la comunità parrocchiale si reca in chiesa ogni venerdì sera per prendere parte alle via crucis, ovvero alla rievocazione delle
14 stazioni che descrivono le sofferenze di gesù prima di morire in croce. durante tale periodo ogni venerdì si osserva l’astinenza dalle carni.
il giorno delle palme, la domenica antecedente la pasqua, la popolazione si reca in chiesa con rami d’ulivo adorni di fiocchi, fiori e nastri colorati; e sono soprattutto i bambini che desiderano mettere in mostra la propria palma, o addirittura fare a gara per chi possiede il ramo d’ulivo più bello.

segue il
giovedì santo, giorno in cui si rievoca l’ultima cena di gesù con i 12 apostoli e si osserva il rito della lavanda dei piedi. dodici bambini (o dodici ragazzi) seduti ai primi banchi lasciano che il sacerdote di san gregorio matese, don marcello caravella, s’inginocchi e provveda alla lavanda dei piedi. al termine della santa messa l’altare viene spogliato e il parroco si reca con l’ostia consacrata verso il sepolcro, allestito in un angolo della chiesa. la popolazione intona il canto “t’adoriam ostia divina” e il giovedì sera si tiene la veglia nella chiesa antica con canti silenziosi e letture riflessive. in questo giorno “le campane vengono legate” perché non suonano più per il richiamo della santa messa o per annunciare le ore 12 come di consueto.

di sicuro, una delle tradizioni pasquali più emozionanti di san gregorio matese, è la processione del venerdì santo che dal paese conduce fino a
località santa croce, dove si trova la piccola e omonima cappella, verso la quale ci s’incammina per condurre gesù morto tra le braccia della madonna. un lungo corteo di persone, distribuito su due file, si dirige a piedi verso la piccola chiesetta, distante circa 3 km dal centro del paese. tutti i partecipanti posseggono sottili candele bianche, protette da piccoli cestelli rossi, per evitare che la fiamma si spenga, dando inizio a quello che sempre più spesso rappresenta un evento unico ed emozionante, accompagnato da canti che descrivono la morte di gesù in croce.

sono stati, i miei peccati, gesù mio perdon pietà” il cui versetto viene solitamente introdotto dalla signora concetta la cui voce, ormai nota in tutto il paese, dà inizio a una delle melodie più significative della settimana santa. come pure il rosario cantato: padre nostro, ave maria, salve regina riprodotti in un’emozionante canto di passione. e poi giunti a destinazione, dopo aver pregato silenziosamente e aver condotto la croce alla chiesetta, si sente la voce commossa del parroco, che ancora una volta, attraverso un megafono millenario, porta a termine uno degli eventi religiosi più emozionanti dell’intera vita cristiana della chiesa cattolica. “la passione di cristo non è ancora finita”, le testuali parole conclusive di don marcello, con un particolare accento alla mamma sofferente paragonata puntualmente alle madri sofferenti della società contemporanea. ci si mette in fila quindi per il bacio della statua, ci si incammina sulla strada del ritorno per ritirarsi in preghiera.

le prime luci del mattino successivo danno inizio al “
sabato del silenzio”. tutto è avvolto da una profonda quiete, anche le strade del paese sembrano più silenziose, nel rispetto di quanti desiderano raccogliersi in riflessione e pregare per la morte di gesù.

il sabato sera ci si riunisce quindi per la veglia pasquale; la funzione ha inizio con la benedizione del fuoco, i ragazzi della comunità leggono alcune letture liturgiche, poi l’esaltazione della luce, infine la resurrezione di gesù. le campane suonano di nuovo a festa. ci si scambia baci in segno di augurio e di buon auspicio per un nuovo passaggio dalla morte alla vita, attraverso la resurrezione di cristo. “
la messa è finita andate in pace, alleluia alleluia” e il popolo risponde “rendiamo grazie a dio, alleluia alleluia”.

la domenica di pasqua, tutti vestiti a festa, ci si reca nuovamente alla senta messa, dove si stabilisce il consueto appuntamento con don marcello per la
benedizione delle frittate. alle ore 12 infatti, di ogni domenica di pasqua tutti i cittadini sono invitati a recarsi in chiesa per prendere acqua benedetta (da cospargere poi durante il pranzo di pasqua tra i familiari) e lasciare che il parroco benedica i pasti. in particolar modo i cittadini portano in chiesa le frittate fatte con le interiora dell’agnello, oppure il tortano, una sorta di ciambella fatta con pasta di pane e guarnita con uova sode. la ricetta antica di quest’ultimo prevede tra gli altri ingredienti le “cigole” ovvero pezzi di grasso di maiale amalgamati all’impasto.

prima dell’inizio del pranzo di pasqua il componente più anziano della famiglia cosparge con acqua benedetta figli e nipoti, recita alcune preghiere e poi dà inizio al
banchetto pasquale.

antiche tradizioni vivono tuttora tra la comunità di san gregorio matese che, dalle persone più anziane attinge saperi e usanze di tempi vissuti. perché il passato possa essere sempre presente, e il futuro trarre origine dall’antichità; con l’auspicio di tempi migliori e di una comunità sempre assidua e valorosa, volta alla difesa dei valori autentici dell’antica religione cristiana.

martedì 23 marzo 2010

san gregorio matese - l'immagine stuprata


bello vero? vi piace così? o volete che lo faccia più grande!!! volete che la scritta sia "rossa" o che rimanga "nera"? nera vero? come piace a voi!!! il paesaggio di fondo? è di vostro gradimento? volete che metta il lago o preferite forse una foto di san gregorio? si, forse è meglio! più da cartolina giusto? e che "signora cartolina" oserei dire.

questa è l'idea che mi sono fatta quando ho ricevuto la notizia della vivace propaganda elettorale che si sta tenedo a san gregorio matese per le elezioni delle regionali e provinciali 2010. e assisto ancora una volta a un'immagine di san gregorio ripetutamente stuprata e violentata, a muri vecchi e malandati imbrattati troppo spesso, a propagande elettorali che hanno evidentemente un sapore di protagonismo piuttosto che di informazione alla cittadinanza tutta.

sareste così gentili allora da consigliarci chi dobbiamo votare? potreste spiegarci per favore qual è il vostro motto? in cosa credete, cosa proponete e cosa state facendo attualmente per san gregorio matese? potreste spiegarci qual è il programma per san gregorio matese proposto dal vostro "politico preferito"? c'è un documento scritto che analizza le cose che funzionano, le cose che non funzionano e le cose che si potrebbero migliorare di san gregorio matese?

non siamo abituati a sprecare voti a destra o a sinistra... siamo bensì abituati a volere fatti. e i fatti oggi raccontano di scritte "rumorose" insignificanti su di un'immagine meravigliosa scattata tanto tempo fa che di meraviglioso non ha più nulla. cosa vede un anziano che stenta a leggere ammirando i vostri "dipinti"? comprende forse chi dovrà votare? e un passante che attraversa san gregorio per andare a matese, secondo voi, cosa pensa dell'immagine che gli proponete? e infine voi cosa pensate della stessa immagine che avete creato? siete soddisfatti? siete proprio convinti che questo quadro farà successo e verrà esposto nelle gallerie d'arte?

vi divertite sveltolando bandiere, comunicate solo ed esclusivamente ad alto volume, spavoneggiate per le strade del paese, avete la "faccia tosta" di chiederci voti e come se non bastasse, imbrattate i muri... non so se fare i complimenti a voi o a chi non riesce a guidarvi; se siete stati abituati a pascolare allo stato brado in modo così errato, deve pur esserci un padrone che non ha saputo tenervi a bada, differentemente però, da ciò che accade fra i nostri greggi del matese, dove pecore silenziose ed educate pascolano garbatamente sebbene a distanza dal loro pastore.

nulla facenti e nulla tenenti, senza spirito di iniziativa e creatività, amate mettervi in mostra tra i compaesani, amate la critica e il pettegolezzo, l'inganno e la falsità. invidia, ipocrisia i vostri valori; protagonismo e buffonerie il vostro stile di vita. eleganza e portamento il vostro aspetto esteriore. nero pece nel vostro cuore.

un paese che sta crollando a pezzi deve pure sopportare il vostro scempio, strade sporche, muri decrepiti, oltre a una popolazione amareggiata e insoddisfatta delle vostre azioni. urinate nel piatto in cui mangiate, bruciate la terra che coltivate, sventrate la pietra su cui camminate. san gregorio matese, l'immagine stuprata... che porta il disprezzo e la vergogna della vostra violenza.

continuate pure indisturbati la vostra efficace propaganda elettorale, di tanto in tato ammirate il vostro paese e se avete tempo pensate per un attimo anche alle vostre madri. vi auguro di ricevere in cambio dalla vita, figli altrettanto rispettosi delle persone e dei beni comuni così come della storia e dell'umanità.

martedì 16 marzo 2010

alfonsina del giudice - chi era nonna vappessa

alfonsina del giudice, meglio conosciuta come "nonna vappessa", era sposata con antonio di cristofano, originario di castello del matese, con il quale aveva nove figli: maria, enrico, michelangelo, emilia, luigi, gregorio, salvatore, rosaria e leonardo. ricca possidente di case e terreni, nonna vappessa abitava in vico chiesa nel comune di san gregorio matese (provincia di caserta) ed era proprietaria di un ulteriore casa nella medesima strada oltre a due case in via delle grotte, appezzamenti di terreni sui monti del matese e precisamente in località "la gola" , a "monte orfano", alla "spina", a "sprecavitello", alle "grotte", in località "conca d'oro" (in dialetto ngologna) e a "cerquitola" (in dialetto ngerquitola). tali possedimenti erano stati lasciati ad alfonsina da suo fratello il quale, emigrato in america, aveva affidato tutti i beni immobili dei genitori a sua sorella; proprio a causa della cospicua eredità, al contrario di suo marito che proveniva invece da una famiglia povera, alfonsina del giudice venne ben presto soprannominata "nonna vappessa" (termine derivante dalla parola napoletana "guappo").

non era semplice gestire tutta la proprietà, ma nonna vappessa era abile organizzatrice della famiglia così come dei beni materiali. grande coltivatrice quale era, nonna vappessa, di corporazione robusta, passava gran parte delle sue giornate zappando e coltivando il terreno, si presume derivi proprio da ciò il fatto che nonna vappessa avesse un gobbo pronunciato. in particolar modo i frutti derivanti dal suo lavoro e da quello dei nove figli erano granoturco, segale, patate, mele, olive, e vari tipi di verdure che era solita conservare nelle abitazioni in vico chiesa. in una prima abitazione conservava il granoturco, la segale e le patate, sistemati in alti contenitori di legno, la cui parte anteriore era caratterizzata da una piccola finestrella quadrata, alla cui apertura era possibile prelevare parte del contenuto che solitamente veniva portato al mulino per la macinazione; il formaggio e il pane venivano invece conservati in un altro mobile di legno chiamato "matarca", oggi comunemente utilizzato nelle abitazioni principalmete come ornamento; le patate invece erano trasportate a piedi o con l'asino nel comune di piedimonte matese (distante 12 km); nella seconda casa venivano invece conservate mele, olive, pomodori e tutte le altre verdure. con queste ultime era solita fare le conserve. nonna vappessa possedeva infatti alcune anfore di terracotta colme di peperoni sott'aceto. le porte delle case in vico chiesa vennero però ben presto murate durante la 2° guerra mondiale per evitare che i tedeschi le occupassero e si impossessassero dei numerosi alimenti in esse contenuti. ciò nonostante nonna vappessa dovette cedere tutte le pentole di rame, l'oro, il braciere, lo scaldaletto (scalefaletto in dialetto), il caldaio e rifugiarsi in seguito con tutta la famiglia a monte porco.

per la conservazione degli alimenti, uno dei metodi antichi molto utilizzato, riguardava soprattutto i pomodori. questi venivano prima di tutto bolliti in un grande contenitore, poi frantumati mediante l'utilizzo del passino e in seguito adagiati su di un contenitore detto "tempiatella" ed esposti al sole. è da considerare come le condizioni meteorologiche di un tempo erano ben diverse da quelle attuali: l'inverno portava forti nevicate e l'estate un caldo torrido. i raggi del sole favorivano quindi il cuocersi della polpa di pomodoro, sebbene venisse più volte spostata da una parte all'altra a seconda della posizione dei raggi solari. la polpa di pomodoro, così conservata, veniva utilizzata per la preparazione del sugo.

il sole veniva utilizzato anche per la conservazione delle carni. se ad esempio moriva una mucca, questa veniva sgozzata e messa al sole ad essiccare, dopodichè cotta al forno. i pezzi dell'animale venivano suddivisi propriamente e appesi in casa ad un lungo bastone di legno detto "perteca", solitamente posizionato sotto il soffitto dell'abitazione. tali pezzi venivano quindi utilizzati per la preparazione del brodo.

nonostante la famiglia numerosa, difficilmente si riuscivano a coltivare tutti gli appezzamenti di terreno di nonna vappessa, la quale il più delle volte, era costretta ad assumere per breve tempo alcuni braccianti. questi lavoravano il terreno durante alcuni periodi dell'anno e ricevevano come compenso la possibilità di raccogliere i frutti lasciati sul campo, quali ad esempio le patate. i terreni, altamente produttivi, davano comunque un ottimo compenso a padri di famiglia con un'ampia prole da sfamare. c'è da dire inoltre che nell'antichità i terreni venivano concimati con un ingrediente naturale, ovvero le feci. nonna vappessa infatti si recava quotidianamente in località le grotte portanto con sè il "rinale" ovvero il contenitore utilizzato in famiglia per raccogliere le feci.

nonna vappessa era una donna molto generosa, non solo perchè provvedeva da mangiare a chi non ne aveva ma anche perchè era solita prestare persino stoviglie e biancheria per eventi importanti quali i matrimoni. nell'abitazione in vico chiesa era conservata infatti una grande cassa di legno contenente piatti, bicchieri, tegami, tovaglie di tela e ogni altro utensile necessario per feste e banchetti nuziali. questi ultimi si tenevano solitamente "sul ciminderio", la piazzetta in cui confluiscono le attuali via gregorio magno, via matese e via grotte, così chiamata tutt'oggi. ampie case e terrazzi ospitavano i matrimoni di un tempo, luoghi in cui si sposarono gli stessi figli di alfonsina del giudice, come michelangelo e luigi. ambienti completamente vuoti venivano arredati provvisoriamente mediante l'utilizzo di alcuni cavalletti in ferro alle cui estremità erano poggiate lunghe tavole di legno, ricoperte di tovaglie in tela e adorne di cibi preparati con cura. il giorno prima del matrimonio infatti, tutte le donne della famiglia della sposa, si riunivano per preparare i biscotti. grandi e lunghe tavolate vedevano donne al lavoro nelle arti culinarie. in un enorme caldaio si lasciavano bollire i biscotti, picchiando con un cucciaio sul bordo del pontolone, questi venivano a galla, quindi raccolti e cotti nel forno a legna per poi essere disribuiti ad entrambe le famiglie degli sposi.

dei nove figli, solo enrico si sposò in tarda età (a 40 anni). la presenza di una forza lavoro in più in famiglia, constribuì a rendere altrettanto ricca la stirpe di nonna vappessa. numerosi erano gli animali d'allevamento posseduti dalla famiglia di alfonsiva, nel particolare essi avevano mucche, cavalli e asini che d'inverno erano in località "monte orfano" e d'estate a "monte porco"; gli animali venivano per lo più lasciati allo stato brado; solo dei pagliari venivano costruiti per la preparazione di formaggio e caciocavalli (formaggio tipico del meridione così chiamato perchè solitmente appeso a "cavallo della perteca"). in più enrico decise di acquistare una mandria di buoi che portarono un ulteriore introito economico. anche enrico era abile lavoratore, egli lavorava tutti i giorni dell'anno tranne il giorno in cui si ricorda la madonna incoronata (30 aprile). la statua della madonna incoronata raffigura infatti la madonna sopra una quercia e ai piedi alcuni contadini con dei buoi. la leggenda narra che i buoi sbizzarriti correvano veloci mettendo in pericolo la vita dei contadini, salvati in seguito all'apparizione della madonna.

il culto della fede enrico l'aveva certamente ereditato dalla madre che era molto fedele. alfonsina partecipava infatti a pellegrinaggi verso monte vergine (av) e pompei (na), durante i quali pregava per i propri figli, soprattutto per i tre figli in guerra: gregorio, luigi e michelangelo. per emilia pregava affinchè potesse trovare marito; emilia infatti, era una ragazza molto fragile e spesso malata che difficilmente sarebbe stata scelta come sposa. è per tale motivo che alfonsina fece fare ad emilia un voto alla madonna ed era vestita quindi sempre di bianco. emilia trovò ben presto marito, giuseppe fragola, che era però molto povero e dal quale ebbe 9 figli. era alfonsina a provvedere al nutrimento dei nove figli di emilia, soprattutto quando giuseppe dovette partire per la 2° guerra mondiale verso genova, albania e tripoli. il fratello salvatore, sposato con addolorata del giudice, si trasferì per qualche tempo in località ferracciano (dove viveva emilia con i 9 figli) per aiutarla a portare avanti il lavoro del bestiame e dell'agricoltura. questi costruì una pagliaio (in dialetto "pagliera") vicino una pianta di gelso (in dialetto "ceuso") dove riposava durante la notte per poi riprendere il lavoro del giorno successivo. nonna vappesa, che aveva un asino bianco, si recava spesso a ferracciano per portare il pane a figli e nipoti, e portare con sè sulla strada del ritorno alcuni dei figli di emilia per nutrirli maggiormente.

fu a causa di una disgrazia che alfonsina del giudice fu colpita da una paralisi e fu costretta a letto per cinque lunghi anni durante i quali fu assistita maggiormente dalla figlia rosaria, dalle nuore maria e carmela, dalle nipoti palmira, ernesta e maria. fin quando nonna vappessa morì.

da nonna vappessa deriva oggi la stirpe dei vappissi, ancora esistenti a san gregorio matese la maggior parte dei quali contrassegnati dal cognome del giudice e di cristofano. questi difendono con orgoglio le ultime proprietà terriere non ancora vendute e ricordano con piacere gli eventi e gli atti di vita quotidiana di nonna vappessa.

fonte: maria fragola
intermediaria: raffaella mezzullo

venerdì 12 marzo 2010

Monsignor Marcello Caravella - Parroco di San Gregorio Matese (CE) dal 1960 al 2011

Non so quando è nato Monsignor Marcello Caravella, né mi ricordo quanti sono i suoi anni di sacerdozio, (di sicuro oltre i 50) ma conosco perfettamente i suoi modi di fare, riuscirei a dare una motivazione per ognuno dei suoi comportamenti. Don Marcello (così come è chiamato comunemente a San Gregorio Matese) è un uomo oltre i 70 anni, scuro di carnagione e alto circa 1,70 m. Caratterialmente si presenta silenzioso, introverso e poco socievole ma per chi lo conosce bene è invece un uomo che parla sempre al momento giusto, saggio, intelligente e molto aperto alle tendenze generazionali.

Se penso a Don Marcello, vedo dinanzi ai miei occhi un uomo vestito di nero, curvo, silenzioso che passeggia per le strade del paese. Preciso e distinto nei movimenti, sotto la pioggia con un ombrello in mano. Vedo un uomo attento all'ambiente e ai suoi cambiamenti, alle persone, agli sguardi, ai modi di fare della gente. Vedo un uomo istruito, attento lettore e ascoltatore della radio, viaggiatore, guida turistica. Vedo un eccellente fotografo, esperto di primi piani, che conserva immagini del passato e del presente.
Non mi sono mai illusa di poterlo imitare, né tanto meno di poter diventare come lui un giorno, ma sin dall'infanzia Don Marcello è il mio punto di riferimento, la mia ispirazione, il mio padre spirituale da cui traggo uno stile di vita semplice ma “pensato”.

Solo raramente ho avuto l'occasione di scambiare chiacchiere privatamente con Don Marcello, il più delle volte erano piccole battute per gli auguri del giorno di Natale in sagrestia, frasi incisive da piccola prima dello scatto di una foto, un invito per un gelato o una pizza alla Schola Cantorum di San Gregorio Matese, un invito per una gita tutti insieme.

Oggi come allora è soprattutto durante le gite che Don Marcello coglie l'occasione per esprimere il massimo della sua saggezza: Capri, Ischia, Napoli, Caserta, Roma, luoghi resi altrettanto affascinanti se la nostra guida è un esperto viaggiatore nonché abile conoscitore di storia, arte e cultura. Il suo passo svelto e deciso per i vicoli di Napoli così come per le ampie piazze della capitale ci costringe spesso a camminare frettolosamente. Giovani, adulti e anziani a seguito tutti a proseguire senza mai perdersi di vista per raggiungere chiese, monumenti o luoghi meritevoli di una visita. Chi si lamenta, chi borbotta, chi predica rumorosamente, svogliati e pigri, difficilmente stando al passo di Don Marcello. Una breve descrizione dei luoghi, uno sguardo ai particolari artistici più importanti, e via alla volta di un altro monumento, di un'altra chiesa, di un'altra piazza da vedere. Si parte, si ritorna il giorno stesso, ma sempre con la medesima soddisfazione di un'ennesima gita in compagnia del parroco.

E poi di nuovo lì, su quell'altare, la sua figura scura che attraversa la chiesa silenziosa, che prepara il vangelo per la domenica, che scrive una nuova frase alla lavagna, al cui contorno una delicata cornice di fiori, la stessa che ci insegnavano a fare da piccoli ad ogni pagina di quaderno, per imparare a lasciare il margine prima di iniziare a scrivere. Don Marcello nelle diverse occasioni durante l'omelia, o durante la predica come la intendono molti...
“Le fedi degli sposi, perché sono d'oro le fedi degli sposi? Perché l'oro è un materiale prezioso, raro, e a differenza di altri non arrugginisce e simboleggia quindi un amore che non ha mai fine”. Quante volte instancabile Don Marcello ha ripetuto questa frase e quante volte avrà invitato le persone a entrare in Chiesa e sedersi, “perché quando si va a casa di una persona ci si siede e così anche nella casa di Dio, si arriva, si saluta e ci si siede”. Don Marcello che odia i fuochi d'artificio, “soldi buttati al vento, sprecati che intimoriscono la gente”. Ma solo raramente i comitati festa di San Gregorio Matese hanno evitato di riservare una parte dei soldi ricavati dalla questua per i fuochi d'artificio. Anche durante la ricorrenza dell'Addolorata, che ricorda la Madonna sofferente, si “festeggia” con i fuochi d'artificio, sebbene non ci sia granché da festeggiare. E ancora “spegnete il telefonino, quando si va in Chiesa si spegne il telefonino” ma ormai la comunità di San Gregorio Matese ha imparato perfettamente ad entrare in Chiesa con il telefonino spento, o almeno senza suoneria. La “predica” in questa caso vale per quei turisti che d'estate vengono a San Gregorio Matese e la domenica ascoltano la parola del Signore.

E potrei andare avanti all'infinito, soprattutto se ripenso a quel periodo in cui la porta della Chiesa Santa Maria delle Grazie di San Gregorio Matese (comunemente detta “chiesa nuova”) faceva un rumore terribile ogni volta che veniva chiusa senza essere accompagnata con mano; se c'era qualcuno che arrivava in ritardo o andava via dalla chiesa prima del previsto, lo si udiva distintamente. Quante volte Don Marcello avrà chiesto di accompagnare la porta con mano e quante volte anche il sagrestano del paese, Alfonso (comunemente detto “zi' fonzo tarzà”) si è alzato durante la Santa Messa per uscire fuori e gridare quel sonoro “vagliù, la volemmo finì” che rimbombava in tutta la chiesa.

Erano gli stessi ragazzi vivaci e un “tantino” maleducati che di tanto in tanto decidevano di entrare in Chiesa. Si presentavano rumorosamente in gruppi di 6 – 10 persone, jeans e scarponi, spintonandosi sin dalla soglia della porta; si fermavano, guardavano, sghignazzavano, uno di loro decideva il posto e partivano a schiera lungo gli stretti corridoi che separavano le file di sedie della chiesa. Si sedevano pur senza quietarsi e continuavano a far baccano per tutta la durata della Santa Messa, quasi costretti a restare in Chiesa. Come poteva un parroco come Don Marcello tacere dinanzi a tanto mancato rispetto? Erano soprattutto quelle spudorate mani in tasca a innervosirlo, “non si entra in Chiesa con le mani in tasca” ripeteva puntualmente; ma con altrettanta puntualità quei soliti ragazzi, oggi cresciuti e forse ben educati, si ripresentavano con le mani in tasca in cerca di un posto da occupare.

C'è solo un episodio che mi fa ricordare Don Marcello che scoppia in una risata interminabile, nonostante tutti gli eventi in cui l'ho descritto come una persona forse un po' lamentosa e sempre nervosa.
Ero al catechismo per la preparazione al sacramento della Cresima e Don Marcello ad ogni incontro diceva sempre: ”chiedete, chiedetemi qualcosa”; ma nessuno di noi aveva mai cose da chiedere. Perciò Don Marcello iniziava a raccontare qualche vecchio episodio che potesse descrivere i tempi antichi a San Gregorio. Nel passato infatti a San Gregorio Matese abitava una popolazione per lo più analfabeta o quantomeno poco istruita; ciò nonostante c'era molta più organizzazione e spirito d'iniziativa di oggi. Veniva proposto un numero maggiore di eventi e manifestazioni, si presentavano spesso recite, balli folcloristici, eventi mondani per intrattenere gli abitanti del posto ma soprattutto i turisti. Don Marcello veniva invitato ad assistere a una rappresentazione teatrale, il cui tema trattava della resurrezione di Lazzaro. Gesù diceva “Lazzaro, risorgi!” - e Lazzaro non risorgeva; “Lazzaro, risorgi!” - ripeteva ancora una volta l'attore che interpretava Gesù, ma Lazzaro non risorgeva; “Lazzaro, risorgi!” - con tono insistente questa volta Gesù; e Lazzaro dal fondo della scena rispondeva con tono ansioso di chi è in serie difficoltà “Gesù, non posso risorgiare, stanno le tavole n'ghiovate” (il sepolcro era infatti stato chiuso a tutti gli effetti con tavole di legno inchiodate).
É lì che ho assistito per la prima volta nella mia vita a una risata interminabile di Don Marcello, che dal ridere gli venivano le lacrime. Quella sera ricordo di essere tornata a casa felice e di aver conosciuto per la prima volta, Don Marcello come uomo.

Don Marcello Caravella, il mio parroco oserei dire, rappresenta una delle persone più importanti della mia vita, dalle quali ho appreso e da cui continuo a imparare. Don Marcello è quel libro aperto in cui non si legge mai la parola “FINE”, Don Marcello è quel fiume che scorre sempre indisturbato accogliendo a sé affluenti pur senza sfociare nel mare; Don Marcello è presente, passato e futuro; è acqua, fuoco e terra; è il sole e la luna; l'universo e tutti i suoi pianeti... Don Marcello è vita.