domenica 29 maggio 2011

Case e Palazzi Abbandonati: Gli Edifici Fantasma in Italia

Immobili AbbandonatiIn periferia come nei centri storici, nelle campagne come nelle zone residenziali esistono numerosi edifici abbandonati che, continuano a crescere in modo spropositato, nonostante le numerose richieste di fondi per la riqualificazione da parte delle entità locali. Sebbene il più delle volte lo stato italiano non esiti a fornire buona parte del corrispettivo economico necessario alla ristrutturazione o messa a norma degli stessi, ci si chiede come mai tali edifici decrepiti stentino a rinascere a vita nuova.

Edifici Abbandonati
Vecchie fabbriche, vecchie unità abitative, vecchie scuole e palazzi, vecchi centri culturali o campi da gioco. Per non parlare di palazzi storici, il più delle volte rintracciabili nel cuore delle nostre città che, oltre a contribuire all’immagine di degrado del nostro paese, rappresentano una significativa perdita del patrimonio culturale italiano.

Vetri rotte, cancelli arrugginiti, mura pericolanti, ecco come si presentano le case e i palazzi abbandonati d’Italia, tanto da costituire non solo un inaspettato pericolo per chi vi passa accanto ma anche una silenziosa minaccia per l’impatto ambientale. Strano che poi ci si meravigli se tali baracche ambulanti vengano prese d’assalto da senzatetto, drogati o graffitisti.

Ve ne presento alcuni.


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Fabbrica Abbandonata ad Ora, prov. di Bolzano
Immobile Abbandonato ad Ora, prov. di Bolzano
Palazzo Abbandonato ad Ora, prov. di Bolzano
Palazzo Abbandonato ad Ora, prov. di Bolzano
Edificio Abbandonato ad Ora, prov. di Bolzano
Casa Abbandonata ad Ora, prov. di Bolzano
Casa Abbandonata ad Ora, prov. di Bolzano

domenica 15 maggio 2011

Mangi uova di gallina o uova di animali chiusi in gabbia?

Codici sulle Uova Clicca sull'immagine per ingrandire
Almeno che non abbiate un fidato amico contadino o che non siate attenti osservatori quando andate a fare la spesa, state certi che il vostro frigorifero conserva uova di animali chiusi in gabbia.

Il più, delle volte, attratti da pacchi di uova super convenienti, ci sfugge un dato fondamentale, ovvero, come sta la gallina che ha prodotto la confezione di uova appena acquistata?

E allora ecco alcune informazioni importanti da prendere in considerazione.

In primo luogo le uova si classificano in categoria A e B. Appartengono alla categoria A le uova cosiddette "fresche", riservate cioè alla vendita e al consumo alimentare diretto; appartengono alla categoria B le uova di seconda scelta o declassate, vendute quindi solo alle imprese industriali per la produzione di ovo-prodotti.

Le uova appartenenti alla categoria A sono quelle che troviamo nei supermercati. Queste, oltre a differenziarsi per la loro grandezza (da S a XL), si suddividono in base alla tipologa di allevamento. Quest'ultimo ci consente di capire se la gallina produttrice è chiusa in gabbia oppure no.

Avremo pertanto:

Uova di tipo 0: uova derivanti da agricoltura biologica. Il consumo di tali uova è vivamente consigliato poichè l'allevamento delle galline è sancito da un regolamento della CEE (834/2007) il quale prevede che gli animali siano liberi di entrare e uscire dal proprio ricovero, siano nutriti solo con alimenti provenienti da agricolture biologiche le quali non prevedono l'utilizzo di prodotti geneticamente modificati (OGM); le galline produttrici di uova biologiche hanno inoltre a disposizione uno spazio di almeno 4 mq fuori dal proprio ricovero, internamente al ricovero ogni mq può ospitare un massimo di 6 galline. Una confezione di uova biologiche costa circa 0,50€ in più rispetto alle uova di tipo 1.

Uova di tipo 1: uova da allevamento all'aperto (ingl. Free Range). Per alcune ore al giorno le galline possono uscire all'aperto e deporre le uova in nidi o lettiere. Ogni gallina dispone di uno spazio esterno di almeno 2,5 mq, internamente al ricovero ogni mq può ospitare un massimo di 12 galline (massimo 9 a partire dal 2012). E' difficile trovare nei supermercati le uova di tipo 1 .

Uova di tipo 2: uova da allevamento a terra. Le galline sono allevate in capannoni chiusi, senza accesso all'aperto. Ogni mq è occupato da almeno 12 galline (massimo 9 dal 2012). Uova facili da trovare nei supermercati.

Uova di tipo 3: uova da allevamento in gabbia. Le galline sono rinchiuse in piccole gabbie la cui superficie minima è di 550 cm quadrati per gallina (meno di un foglio A4). Ogni gabbia dispone di cibo e acqua in abbondanza, ma senza un nido o una lettiera per la deposizione delle uova.

Perchè non bisogna comprare le uova di tipo 3?
In Italia, ma anche in altri paesi d'Europa, sono state rinvenute dai NAS, aziende avicole in cui vigevano situazioni di sovrafollamento.

Ammassate in gabbie sovrapposte le une sulle altre, le galline allevate in gabbia versano il più delle volte in uno stato di salute pietoso con arti deformati (a causa delle celle in ferro), fratture ossee e osteoporosi. L'insorgere di queste e di altre malattie viene limitato grazie all'uso indiscriminato di antibiotici.

Questo tipo di produzione viene preferito dagli allevatori poichè consente di produrre più uova a un costo molto basso e in uno spazio limitato. In più le celle vengono sovrapposte fino a 6 file di altezza con aria e illuminazione scarsa al fine di aumentare la produzione di uova. In questo modo le galline sono costrette a respirare aria malsana (soprattutto quelle delle file più basse), non possono muovere le ali e razzolare all'aria aperta in cerca di cibo. La più comune conseguenza: le galline impazziscono e diventano cannibali, tentando di mangiare le galline vicine. Ecco perchè a molte delle galline allevate in gabbia viene praticata l'amputazione del becco.

Sono ancora 38 milioni gli allevamenti di galline in gabbia e l'80% delle uova italiane proviene proprio da questi.

Fonte http://www.informasalus.it/it/articoli/attenzione-uova-gallina.php

Come fare per capire se l'ultima volta hai acquistato le uova giuste?
In primo luogo, per regolamento della CEE, su tutte le uova deve essere stampato un codice di identificazione (vedi immagine sopra) dal quale è possibile decifrare anche la tipologia (0, 1, 2, 3). Se le uova contenute nel tuo frigorifero iniziano con un codice che va da 0 a 1, mangia le uova e non esitare ad acquistarle di nuovo la prossima volta; se le tue uova iniziano con il numero 2 o 3 sappi che stai mangiando uova di animali riunchiusi in capannoni e in gabbia.

lunedì 2 maggio 2011

E fu Beato: L'uomo grazie al quale ancora credo

Il 1° Maggio 2011 è il giorno che ha dato inizio al percorso verso la Santità di Karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II. Una data che ci ha nuovamente uniti alla Chiesa Cattolica di Roma, così come ormai succede solo di rado. Un punto della storia cristiana che ha risvegliato gli animi di chi crede profondamente in Dio e molto meno nel Vaticano.

Con questo non intendo polemizzare sull'unica cosa buona che della religione cristiana era rimasta, ma la personalità di Wojtyla aveva ancora troppo da raccontare per spegnersi e cedere il posto a chi da raccontare non ha nulla.

Ma come accade di consueto, è troppo difficile abbandonare le vecchie abitudini e apprezzare il nuovo, ecco perchè, non conoscendolo ancora abbastanza, non posso e non intendo criticare Papa Benedetto XVI. Almeno che questi, un giorno o l'altro, non inizi a farsi conoscere dal popolo cristiano nel mondo.

Quel popolo che ha sete di umiltà, e che è afflitto dal male più grande che si sia mai verificato nella storia dei tempi: la lussuria. Un popolo che ha tanto da mangiare ma che allo stesso tempo muore di fame, poichè privo di spiritualità. Un mondo che necessita della vera fede in Dio.. quella semplice.

Wojtyla era proprio così, un Papa che si è inginocchiato più volte al volere di Dio, e che più volte abbiamo visto baciare quella terra su cui poi non esitava a camminare. E camminava tanto Wojtyla, più che un Papa egli è stato prima di tutto pellegrino, portatore di fede nel mondo, persino laddove il mondo era poco ospitale. Un Papa uomo, uno dei pochi in Vaticano. Egli era colui che amava mettere i fedeli al primo posto, la Chiesa fatta di uomini e non la chiesa materiale fatta di lusso.

La sua più grande preghiera cominciava proprio dal dialogo con l'umanità, lui si che era "pescatore di uomini". Egli che ha saputo "moltiplicare il pane e i pesci", che ha saputo "camminare sull'acqua" mantenendo persino quel delicato equilibrio fra l'uomo e Dio. Ma non mi piace ricordare Papa Giovanni Paolo II come il guaritore, o come colui che fa miracoli, in effetti non erano solo queste le cose per le quali l'umanità intera l'ha sempre apprezzato.

Giovanni Paolo II fu infatti abile sin dal suo primo dialogo con il mondo a comunicare la sua sottomissione, quale servitore di Dio e messaggero di fede. "Se mi sbaglio, mi corrigerete". Nella comunità odierna in cui un Papa è visto come l'intoccabile, oggi ricoperto persino di piume, lasciarsi insegnare una nuova lingua, quella che egli definì ben presto "la nostra lingua italiana", è cosa che succede solo una volta nella storia.

Lui c'era. Era semplicemente presente. L'avrò visto forse solo una volta Giovanni Paolo II, eppure c'era. Avevo fede in quell'uomo che ogni giorno si caricava addosso il peso della croce di un'umanità sempre afflitta. Ammiravo la personalità di quell'uomo. Egli che ovunque andava portava sempre un messaggio di speranza, oltre a quel sorriso che il più delle volte si trasformava in una sana risata.

E che dire di tutte le volte che stringeva fra le mani il capo di adulti e piccini, sani e ammalati, bianchi e neri. Che dire del suo accogliere fra le braccia carcerati, delinquenti, peccatori di ogni genere, così come il suo stesso attentatore. Quell'uomo vestito di bianco è sceso troppe volte fra la folla per passare inosservato. Anche quando tremante si sorreggeva sul bastone, ha sentito la necessità di unirsi a noi, al suo popolo. Non è forse questa la diretta conseguenza della religione cristiana? Non è forse il contatto diretto con i cristiani che prima di tutto stabilisce un fondato e proficuo contatto con Dio?

Ma oggi siamo purtroppo abituati alla freddezza di una Chiesa che è ormai incapace di attirare i fedeli, se non in occasioni eccezionali, quale appunto la Beatificazione di Giovanni Paolo II. Una Chiesa che ti fa passare la voglia di credere in Dio e grazie alla quale non ti stupisci neanche più se le persone per te più care evitano di credere in quella "Chiesa, Una, Santa, Cattolica e Apostolica".

La Chiesa umile, fatta di semplici mattoni, edificata da Papa Wojtyla, non esiste più. Quella Chiesa che usava il rosso solo in ricordo del sangue versato da Cristo oggi non fa altro che dialogare attraverso il lusso di un rosso porpora, adorno di oro e di diamanti.

Ho assistito alla Beatificazione di Papa Giovanni Paolo II ma, allo stesso tempo, non ho potuto fare a meno di assistere al più grande fallimento della Chiesa Cattolica Cristiana.








domenica 1 maggio 2011

Berlino: Taccuini di Viaggio sulle Tracce del Muro di Berlino e della Comunità Ebraica

Muro di BerlinoHo girato per 3 giorni Berlino in lungo e in largo. Ne ho ascoltato i rumori, sentito i profumi, osservato i colori.. Ho visto una Berlino troppo vecchia e troppo nuova al tempo stesso. Ho visto una Berlino felice e triste, colorata e in bianco e nero, sporca e pulita. La mia guida turistica, vecchia di qualche anno, non è adatta per la mia permanenza, vista la continua evoluzione di questa città che sembra tanto un perenne cantiere a cielo aperto. Pertanto la mia prima destinazione è il Reisezentrum (una sorta di Info Point) dove compro una cartina aggiornata di Berlino, una mappa dei mezzi pubblici e mi lascio consigliare sul tragitto da fare per raggiungere il mio ostello.

Berlino, Stazione CentraleSono alla stazione centrale di Berlino, in provenienza da Monaco di Baviera con il treno delle 17:20.

A parte il percorso dalla stazione centrale verso l'ostello, non ho preso altri mezzi di trasporto pubblico. Berlino l'ho girata a piedi e ho fatto il mio più grande errore. Solo Berlino Mitte (Berlino centro) è molto vasta. Poi dall'Est all'Ovest sono passata numerose volte camminando così numerosi km a piedi.

Tracce Museo della Comunicazione a BerlinoLa ricerca delle tracce ebraiche mi ha accompagnato per buona parte del viaggio e Berlino, in questo, mi ha certamente soddisfatto.

Divido così in sezioni il mio percorso nella capitale tedesca. Le mie impressioni potrebbero non essere condivise; le mie descrizioni potrebbero non essere più attuali fra un mese. Ma non posso tenere per me le immagini di una città il cui muro ancora la divide e le cui tracce di un'epoca oscura ancora la affliggono.

Sezioni




Friedrichstraße a Berlino, Museo Haus am Check Point Charlie

Tutto ha avuto inizio proprio nella Friedrichstraße, una delle arterie più estese di Berlino e dove, per certi versi mi sono sentita più a mio agio.


Haus am Check Point CharlieNella Friedrichstraße ho potuto osservare il punto in cui Berlino Est era, ed è divista da Berlino Ovest. Qui, la stazione della S-Bahn (tram) fu soprannominata Tränen Palast (casa delle lacrime), perchè in questo punto, le famiglie berlinesi divise, si salutavano con lacrime e abbracci. Si chiama Check Point Charlie, quella dogana che controllava il traffico di esseri umani. Oggi qui non ci sono più militari ma gruppi di animatori, opportunamente travestiti, con tanto di bandiere americane e francesi ricordano, seppur con un sorriso, la presenza di quel muro che continua a dividere in due la città.

Turisti a BerlinoOltrepasso anch'io il confine, provando non poco stupore dinanzi a quei turisti che si lasciano fotografare accanto a questi militari ironici. Scatto anch'io una foto e proseguo verso il museo "Haus am Check Point Charlie". Semplici stanze di un semplice appartamento di città, con pavimento scricchiolante in legno, ospitano i resti di un popolo che per 28 anni (dal 1961 al 1989) ha escogitato vie di fuga, strumenti e mezzi per raggiungere i propri cari dall'altra parte del muro.

E così vedo ripostigli umani creati nel motore di un'automobile, un carrello della spesa che ha trasportato al di là del muro un bambino senza essere scoperto, una mongolfiera grazie alla quale si è salvata un'intera famiglia, una canoa e tutto ciò che il popolo tedesco riuscì a escogitare in quegli anni, per sfuggire ai divieti imposti dall'Unione Sovietica.

L'ingegno e la precisione, nel realizzare tali vie di fuga, non mi hanno meravigliano affatto. L'indole dei tedeschi, di cui spesso sentiamo parlare, affonda le sue radigi a molto tempo prima della II Guerra Mondiale.

Guarda anche:
Museo Ebraico
Memoriale per gli Ebrei assassinati d'Europa
Alexander Platz
Topografia del Terrore
Potsdamer Platz


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Museo Ebraico a Berlino

Il primario obiettivo del mio viaggio a Berlino era: conoscere il popolo ebraico, la cultura, la religione, la storia. Non a caso ho scelto le festività pasquali per la partenza, volevo assaporare fino in fondo quel pane azzimo del cui gusto solo la storia ebraica sa narrare.

Museo Ebraico a BerlinoIl museo ebraico non è accessibile come tutti gli altri musei. Non ha una porta d'ingresso propria e gode di una struttura architettonica che sa descrivere alla perfezione il calvario degli ebrei in Germania. Disegnato da Daniel Libeskind, il museo, terminato nel 1999, quasi si rifiuta all'estetica di Berlino. La sua non linearietà, a forma di saetta in acciaio, zinco e cemento, non osa far trapelare, a chi guarda dall'esterno il numero di piani dell'edificio. Ciò che esternamente potrebbe sembrare quasi una tomba, un'enorme scatola senza luce, offre internamente scorci inaspettati che riflettono su angoli nascosti della città di Berlino.

E' dall'antico edificio barocco che è possibile entrare nel museo ebraico di Berlino. Qui noleggio un iPod che in lingua italiana mi descrive passo dopo passo il percorso verso la storia del popolo ebraico in Germania.

L'asse dell'elisio, l'asse della continuità, l'asse dell'olocaousto. Le tre arterie sulle quali si fonda tutta la struttura del museo ebraico. Inizio dall'asse dell'olocausto attraverso il quale vengo condotta verso un vicolo cieco. Dinanzi a me una porta. Entro. Sono sola in una stanza stretta e col soffitto alto. Mi trovo nella torre dell'olocausto. Tutto è vuoto intorno a me, alzo gli occhi verso il cielo e vedo solo un sottile spiraglio di luce da dove provengono voci e rumori in lontananza. Non so dove mi trovo ma certamente qui, per la prima volta, riesco a immaginare la sensazione degli ebrei deportati verso una meta sconosciuta.

Colgo l'occasione per un attimo di riflessione e poi cambio asse.

L'asse della continuità si presenta con una lunga scalinata in pietra ardesia. Ad ogni gradino ho la sensazione di smarrimento che mi porta a salire verso una scalinata ripida, lunga e stretta. Pareti bianche laterali accompagnano silenziose il mio cammino verso una meta nulla, che non porta a niente. Ancora una volta si fa viva la sensazione degli ebrei costretti a camminare verso un punto insicuro, costretti a vivere in una terra poco ospitale che non concede opportunità di futuro.

Giardino dell'Esilio nel Museo Ebraico di BerlinoIl terzo e ultimo asse è quello dell'esilio. Non una scala questa volta ma un lungo corridoio, quello che da bambini c'insegnavano a disegnare a triangolo, per rappresentare al meglio l'idea di lontananza. In fondo al corridoio una porta con su scritto "Garten des Exils" (Giardino dell'esilio). Un altro cartello avvisa "L'entrata nel giardino è a proprio rischio e pericolo". Non si tratterebbe di un vero e proprio giardino, se non fosse per quelle pianticelle di olivagno disposte all'estremità delle 49 colonne di cemento alte 6 metri. Le colonne simboliche, a dirla tutta, sono 48, in ricordo dello Stato d'Israele nato proprio nel 1948. Ma il giardino ospita una 49° colonna centrale, è la colonna di Berlino, vuota al suo interno, riempita solo con terra proveniente da Gerusalemme. E' ben altro però ciò che disorienta il visitatore. La superficie calpestabile è difatti inclinata di 6 gradi. Camminando fra le alte colonne si perde continuamente l'equilibrio. Ancora una volta nel museo ebraico si vive la sensazione di disorientamento e disagio provato dalla comunità ebraica.

Dove mi trovo? e dove sto andando? Le due domande che mi accompagnato costantemente all'interno del museo ebraico. Perchè qui spazio e tempo sembrano essere fermi a un punto della storia che non vuole e non può dimenticare.

Guarda anche:
Friedrichstraße
Memoriale per gli Ebrei assassinati d'Europa
Alexander Platz
Topografia del Terrore
Potsdamer Platz


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Memoriale per gli Ebrei assassinati d'Europa, Berlino

Memoriale per gli Ebrei assassinati in Europa, BerlinoLa mia ricerca di tracce ebraiche nella città di Berlino continua indisturbata e mi porta direttamente al "Denkmal für die ermordeten Juden Europas" (Memoriale per gli Ebrei assassinati d'Europa). Qui ho riflettuto tanto. Non avendo una guida nelle orecchie come in tutti gli altri musei, ho potuto trovare spazio per un pensiero.

Il memoriale si presenta come una vasta area ricoperta di blocchi in calcestruzzo dall'altezza variabile. La superficie calpestabile varia in maniera irregolare e anche questa volta, come nel Giardino dell'Esilio visitato all'interno del Museo Ebraico, è facile provare un senso di disorientamento.

Memoriale per egli Ebrei assassinati in Europa, BerlinoIl memoriale è percorribile al suo interno. A tratti è possibile vedere il giardino dall'alto; in alcuni punti si raggiunge invece la profondità del giardino e ci si trova a contatto con colonne altissime.

Progettato dall'architetto Peter Eisenman, il Memoriale per gli Ebrei a Berlino vuole, ancora una volta, descrivere in maniera del tutto insolita, il senso di disorientamento che questa comunità ha provato nella capitale tedesca in quell'epoca oscura.

Guarda anche:
Friedrichstraße
Museo Ebraico
Alexander Platz
Topografia del Terrore
Potsdamer Platz




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Verso Alexander Platz, partendo dalla Porta di Brandeburgo e lungo Unter den Linden

[...] "Alexander Platz, aufwiedersehen, c'era la neve, faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera, vengo con te"[...] recita così quella nota canzone di Franco Battiato che mi ha spesso incuriosita, e per la quale spesso mi sono chiesta:"Chissà com'è Alexander Platz".

Porta di Brandeburgo a BerlinoParto così dall'imponente Porta di Brandeburgo, quella che rappresentava un pò la terra di nessuno quando Berlino era divisa a metà e quella preferita da Hitler per le parate militare. M'incammino lungo la strada Unter den Linden (Sotto i Tigli). Era chiamata così perchè ai due lati vi erano file di tigli che furono poi abbattute nell'epoca nazista perchè le parate militari avevano bisogno di spazio lateralmente. I tigli che ci sono oggi risalgono solo a una cinquantina di anni fa.

Affresco Totentanz nella Marienkirche a BerlinoNon mi soffermo molto lungo il percorso, scatto solo qualche foto alla Humboldt-Universität dove insegnò Albert Einstein, al municipio di Berlino, detto "Rotes Rathaus" (municipio rosso) non per il colore politico dell'epoca del muro ma solo per il colore dei mattoni, e alla "Marienkirche" (Chiesa di Santa Maria) dove posso ammirare l'affresco della "Totentanz" (La danza dei Morti) risalente al 1485, dove viene descritta la peste che annientò la popolazione di Berlino tra il 1480 e il 1484.

Fernsehturm a BerlinoLa Fernsehturm si erge già imponente nel cielo di Berlino. Sono ormai vicinissima ad Alexander Platz.

I berlinesi la chiamano semplicemente "Alex". Qui nel passato si teneva il mercato del bestiame e della lana, poi, com'è accaduto in molti posti della città, fu monopolizzata dall'esercito prussiano.

Non è bellissima Alexander Platz, lo ammetto, ma è una delle poche piazze di Berlino ricca di vitalità. Essa rappresenta uno dei luoghi ferroviari e tramviari più frequentati di Berlino e, dall'enorme orologio è inoltre possibile consultare l'ora in ogni parte del mondo.

Di piccole dimensioni, a differenza di altre piazze quale ad esempio Potsdamer Platz. Ma non per questo meno movimentata.





Alexander Platz a Berlino
Orologio ad Alezander Platz, Berlino

Guarda anche:
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Memoriale per gli Ebrei assassinati d'Europa
Topografia del Terrore
Potsdamer Platz



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Topografia del Terrore a Berlino

Topografia del Terrore, BerlinoHo visto il muro e ho potuto toccarlo con mano. Ho visto le scritte e i fori sulla sua superficie. Ho visto la sua altezza e il suo spessore. Ho visto il muro di Berlino.

Mi trovo in un museo a cielo aperto, si chiama "Topographie des Terrors" (Topografia del Terrore). Qui il silenzio finalmente regna sovrano. Turisti rispettosi di un luogo che ha visto molte vittime, si addentrano umilmente fra i viali in cemento di questo spazio ai piedi del muro.

Muro di BerlinoIl muro c'è. Questo pezzo di muro non è stato mai abbatuto, così come quelle numerose tracce, volutamente visibili, che ancora segnalano, tramite file di mattoni, la presenza del muro lungo le strade berlinesi.

Qui è possibile osservare, attraverso delle immagini, i punti salienti di quell'epoca oscura. Foto di un popolo affranto che nonostante tutto riusciva a farsi fotografare con il sorriso. Per la prima volta le foto delle famiglie tedesche hanno gli sguardi sofferenti delle famiglie ebree. A dimostrazione del fatto che la sofferenza non ha razza.

Sono quei fori nel muro che più m'incuriosiscono. A tratti è possibile vedere addiritura pezzi di ferro fuoriuscire. Con quanta forza e quanti uomini sono serviti per praticare quei fori al solo scopo di poter vedere al di là del muro, vista l'impossibilità di oltrepassarlo?

Muro di BerlinoIl muro (o meglio i muri) non era, come spesso si pensa, una semplice colonna di cemento. Oltrepassare il muro significava trovarsi di fronte a un campo di terra rigorosamente "ricamato a strisce" cosicchè, colui che vi camminava, lasciava le tracce delle sue scarpe. Qui torrette di sorveglianza illuminavano uno spiazzale vuoto, non c'era nulla sotto cui potersi nascondere. Poi ferro spinato e poi un altro muro. Impossibile non essere visti via terra. Non per altro molti escogitarono vie di fuga diverse, descritte alla perfezione nel museo Haus am Check Point Charlie di Berlino.